sabato 25 dicembre 2021

Cummings, attraverso destini d’amore

 

Girotondo attorno all’albero di Natale, Viggo Johansen




Piccolo albero di Edward Estlin Cummings

 

Piccolo albero

piccolo muto albero di Natale

sei così piccolo che

sembri piuttosto un fiore;

chi ti ha trovato nella foresta verde

e ti dolesti tanto di venir via?

Vedi io ti conforterò

perché hai un odore tanto dolce

bacerò la tua fresca corteccia

e ti terrò stretto al sicuro

come farebbe tua madre,

ma tu non avere paura,

guarda i lustrini

che dormono tutto l’anno in una scatola scura

e sognano d’esser presi fuori e poter luccicare,

le palline, le catenelle rosso e oro i fili lanuginosi,

alza le tue piccole braccia

e te li darò tutti da tenere,

ogni dito avrà il suo anello

e non ci sarà un solo posto scuro o infelice

poi quando sarai completamente vestito,

starai ritto alza finestra che tutti ti vedano

e come ti guarderanno con tanto d’occhi!

oh, ma tu sarai molto orgoglioso

e la mia sorellina e io ci piglieremo per mano

e tenendo gli occhi fissi al nostro bell’albero

danzeremo e canteremo

“Noel Noel”.


giovedì 2 dicembre 2021

Rilke, elegie e sonetti senza patria

 

Sera d’estate a Barkenhoff  di Heinrich Vogeler



La mia vita non è quest’ora ripida di Rainer Maria Rilke

 

La mia vita non è quest’ora ripida

che mi vedi scalare in fretta.

Sono un albero innanzi all’orizzonte,

una delle mie molte bocche,

e la prima a chiudersi.


Sono l’attimo tra due suoni

che male s’accordano

perché il suono morte vuole emergere –

 

Ma nella pausa buia si riconciliano

entrambi tremando.

 

E bello resta il canto.


sabato 13 novembre 2021

Costa, lo Pseudobaudelaire

 

Senza titolo, Franco Angeli



Le radici poetiche dei film d’orrore di Corrado Costa

 

Se come a casa tua –

le foglie

si nota dal colore che le foglie

hanno un colore identico

le luci dei colori hanno la stessa luce, di giorno –

di notte cambiano leggermente

– sei ‘come’ a casa tua.

Un’identica porta è al posto della porta.

Incontriamo gli attori, in ordine

d’età.

Sono le stesse parole al posto delle stesse parole

dicono in un soffio: ‘sei come a casa tua.’

Significati identici riempiono gli stessi suoni.

Sono le voci che sono state doppiate.


sabato 6 novembre 2021

Balestrini, poeta multiplo

 

Un poeta “può” dire la verità, Lamberto Pignotti



Piccola lode al pubblico della poesia di Nanni Balestrini

 


Eccoci qui ancora una volta

seduti di fronte al pubblico della poesia

che è seduto di fronte a noi minaccioso

ci guarda e aspetta la poesia

 

in verità il pubblico della poesia non è minaccioso

forse non è neanche tutto seduto

forse c’è anche qualcuno in piedi

perché sono venuti così entusiasti e numerosi

 

o forse ci sono un po’ di sedie vuote

ma quelli che sono venuti sono i migliori

hanno fatto questo grande sforzo proprio per noi

perché poi mai dovrebbero minacciarci

 

il pubblico della poesia non minaccia proprio nessuno

è invece mite generoso attento

prudente interessato devoto

ingordo imaginifico un po’ inibito

 

pieno di buone intenzioni di falsi problemi

di cattive abitudini di pessime frequentazioni

di mamme aggressive di desideri irrealizzabili

di dubbie letture e di slanci profondi

 

non è assolutamente cretino non

è sordo indifferente malvagio non è

insensibile prevenuto senza scrupoli non è vile

opportunista pronto a vendersi al primo venuto

 

non è un pubblico tranquillo benpensante credulone

senza troppe pretese

che se ne lava le mani

e giudica frettolosamente

 

è invece un pubblico che persegue degusta apprezza

lento da scaldare ma che poi rende

come direbbe Pimenta

e soprattutto è un pubblico che ama

 

il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile

come le onde dell’oceano profondo

il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario

guarda davanti a se impavido e intransigente

 

mi vede qui che gli leggo questa roba

e la prende per poesia

perché questo è il nostro patto segreto

e la cosa ci sta bene a tutti e due

 

come sempre io non ho niente da dirgli

come sempre il pubblico della poesia lo sa benissimo

ma se lo dice tra sè e sè e non a alta voce

non solo perché è cortese volonteroso bendisposto

 

e in fondo anche cauto ottimista trattabile

ma soprattutto perché ama

ama di un amore profondo sincero irresistibile

di un amore tenace esclusivo lacerante

 

chi

ama il pubblico della poesia

fingete di chiedere anche se lo sapete benissimo

ma state al gioco perché siete svegli e simpatici

 

il pubblico della poesia non ama mica me

questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro

di cui io non sono che uno dei tanti valletti

diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli

 

il pubblico della poesia ama lei

lei e

solo lei e

sempre lei

 

lei che è sempre così imprevedibile

lei che è sempre così impraticabile

lei che è sempre così imprendibile

lei che è sempre così implacabile

 

lei che attraversa sempre col rosso

lei che è contro l’ordine delle cose

lei che è sempre in ritardo

lei che non prende mai niente sul serio

 

lei che fa chiasso tutta la notte

lei che non rispetta mai niente

lei che litiga spesso e volentieri

lei che è sempre senza soldi

 

lei che parla quando bisogna tacere

e tace quando bisogna parlare

lei che fa tutto quello che non bisogna fare

e non fa tutto quello che bisogna fare

 

lei che si trova sempre così simpatica

lei che ama il casino per il casino

lei che si arrampica sugli specchi

lei che adora la fuga in avanti

 

lei che ha un nome finto

lei che è dolce come una ciambella

e feroce come un labirinto

lei che è la cosa più bella che ci sia

 

il pubblico della poesia ama lei

chi

bravi lei la poesia

e come potrebbe il pubblico della poesia non amarla

 

perché ama la poesia vi chiederete

forse perché la poesia fa bene

cambia il mondo

diverte

 

salva l’anima

mette in forma

illumina rilassa

apre orizzonti

 

chissà ognuno di voi ha certamente i suoi buoni motivi

se no non sarebbe qua

ma meglio non essere troppo curiosi dei fatti degli altri

se si vuole evitare che gli altri ficchino il naso nei nostri

 

sia dunque lode al pubblico della poesia

lode al suo giusto nobile grande amore per la poesia

nel cui riflesso noi pallidi e umili messaggeri

viviamo grati e benedicenti

 

lui tace e si alza

un foglio cade giù dal tavolo

lui s’inchina agli applausi

lei raccoglie il foglio e lo legge

 

SEGRETISSIMO

DA NON RIVELARE

ASSOLUTAMENTE MAI

AL PUBBLICO DELLA POESIA

 

il pubblico della poesia ama la poesia

perché vuole essere amato vuole essere amato

perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato

del suo profondo amore per se stesso

 

per sua fortuna il pubblico della poesia

crede solo di ascoltare la poesia

perché se la ascoltasse veramente capirebbe

la disperata impossibilità e inutilità del suo amore

 

e si prenderebbe a schiaffi dalla mattina alla sera

brucerebbe tutti i libri sulle piazze

si butterebbe in un canale

o finirebbe i suoi tristi giorni in un convento

 

CONCLUSIONE

LA POESIA FA MALE

MA PER NOSTRA FORTUNA

NESSUNO CI VORRA’ CREDERE MAI

 


domenica 31 ottobre 2021

Mishima, voce di uno spirito eroico

 

Notte per terra, Mario Schifano



Le Stelle di Yukio Mishima

 

Quando gli uomini guarderanno le stelle,

nel loro cuore si leverà, carico di essenze,

il vento della notte.

 

Sulla foresta, sul lago, sulla città,

le nuvole fluttueranno tranquille.

 

Allora le stelle inizieranno a cadere copiose

e come la rugiada copriranno ogni cosa.

 

Nel disegno tracciato dall'invisibile nastro divino,

tutte le costellazioni crolleranno a una a una

con estrema eleganza.

 

D'allora in poi le stelle dimoreranno

nella nostra anima, e forse torneranno ancora

quei giorni in cui gli uomini

erano dolci e meravigliosi come gli Dei.


lunedì 25 ottobre 2021

Crisostomidis Gatti, l’imperfezione della solitudine

 

Solitudine, Mario Sironi


La solitudine non trova soluzioni di Paola Crisostomidis Gatti

 

La solitudine non trova soluzioni

alla perdita dell’essere

stringe bisogni di carezze

su violini abbandonati.


Dimmi del cuore sciolto.

Dimmi se trovi le parole.

 


 


domenica 24 ottobre 2021

Ferri, quaderno del nulla

 

La falena, Filippo De Pisis



Vorrei di Dina Ferri

 

Vorrei fuggire nella notte nera,

vorrei fuggire per ignota via,

per ascoltare il vento e la bufera,

per ricantare la canzone mia.

 

Vorrei mirare nella cupa volta

fise le stelle nella notte scura;

vorrei tremare ancor come una volta,

tremar vorrei, di freddo e di paura.

 

Vorrei passar l’incognito sentiero,

fuggir per valli, riposarmi a sera,

mentre ritorni, o giovinetto fiero,

chiamando i greggi, e piange la bufera.


sabato 9 ottobre 2021

Milano, nipote beat

 

Dipinto, Jack Kerouac



Il giardino dei poeti di Gianni Milano

 

E con le strade la città è dipinta dal sudato colore

della biacca – naufraghi estivi che Torino insacca

come si fa quand’il maiale è ucciso

e dopo l’assassinio non più grinta sul volto lieto e rosso

com’un culo ma il soddisfatto assetto delle rughe

com’allo scalo merci a mezzanotte – e per le strade

ch’erano truccate com’antiche puttane di Fellini

e mostravano un niente senza scopo

adorno tutt’intorno d’anellini come scimmie cannibali infoiate

e “Basta che t’avvii e il gioco è fatto” ma il Messico

è lontano e non c’è luna “Tutta fortuna tua

tutta fortuna” così che l’insipienza si trasmuta

in rapido passaggio di rasoio che resecò il cordone

e il nastro rosa di una malinconia ch’è fregatura

per darsi a chi non so per darsi e basta – sopra il catrame

e i suoni della festa che raccoglievo a spiccioli

ed in cesta gettavo com’inutile sozzura.

 

Cicatrici tribali, le lanterne, come mistici viaggi d’Australiani

sulle vie dei Canti e degli Antichi

e pillole di suoni e lampi al neon per un andare dentro al Leviatano

ch’ammicca – e si disgrega la certezza

come torre d’Artù sotto la pioggia.

Demònico esaltato panorama, illusioni di Morte

incerottate da petulanti sistemi di pensiero col Descartes

sul quadrivio a sentenziare “Io rumino ed esisto”

e il resto a mare – il resto che attraversa come lama

il mistero dell’essere vagante,

il nome che si dice cogitante ed intronato sulle feci

esclama “Chi dice che non sono non mi ama”

mentre una parte di quell’io è trasfusa nell’organico incerto

del letame. Quell’Io non c’era

ed anche no il ‘non c’era’: una bolla di nulla eppure vera.

 

Tra quei dirupi urbani di metallo, enfatici perché

castrato è il gallo, eclissata la luna ed un violetto

fiato di freddo che corre lungo i viali, Immacolata Concepita

stava Madonna Beat, impasto di barriera, nera Kalì,

figliola dell’incontro tra il sogno dei poeti e il manganello,

tra il bisogno di pace e la Questura.

Come Giovanna la papessa, anch’essa

era una voce fattasi leggenda

per la Crociata dei Fanciulli, l’anno

sessantacinque, al secolo che muore.

Svanì come svaniscono i soffioni.

Un giorno s’alzò il vento e fu la fine.

Dall’alto del sentiero degli Amanti, tra Vernazza e Corniglia,

cielo e mare, la scorgo com’icòna aureolata, come Kwannon

seduta trasognata, con gli occhi come quelli di Sirena – al di fuori

del bene e della pena. S’illumina d’un rosso porporino

il fico d’India che mi cresce accanto: fallace è l’operare

di memoria, certezza è per l’istante – il luogo è santo.

 

Teste di pesce con cipolle ardenti in gara nella ruggine

del sole ch’artigliava la pietra e la succhiava

riducendo le forme a pura luce – crémisi, nera, verde ed arancione

e tutto il litorale indifferente ed il mare fecondo a ciondolare

da alterne eternità sedotto e attratto

com’ondulato muoversi di piovra

come congiunto ponte sopra il nulla e d’Icaro

il rifiuto della norma e il volo ch’è Nirvana temporale

sopra il golfo contratto da emozioni – ed è per questo

che lagrime salate scavano sulle guance un segno antico

d’appartenenza al mondo dei mortali, dei sostenuti

[dall’esclamazione,

ed è per questo che una madre invoco di darmi un seno,

un ospitale abbraccio, quasi un Cristo deposto, quasi un tronco,

che la corrente senza sforzo affida al fluire del fiume

verso il mare, il mare delle lische e di Kalì, il mare

della luce così fonda che m’acceca e m’annera e mi fa tutto

col rotolare delle storie d’ieri in un punto indistinto

– un terzo occhio – ch’attira ed è vertigine caduca.

 

Selvatico terreno senza nome donde sgorgano

rovi e fiori azzurri, lancinanti esplosioni ed ombre lievi

che giungono dall’Ade, ovunque sia, e muovono le labbra senza

[suono

e paiono gemelli del mio stare in questo tempo ch’addolora i giunti

e mi culla in un dòndolo stupito: “Figli della mia storia?

o quanto padre!”. Su fogli d’innocenza impressi in nero

mi giungono messaggi d’oltre il rio, ch’è simbolo d’arcano limitare.

Voci, convengo, d’anime perdute, al riparo di àgavi puntute,

voci incarnate in scarabei d’agosto, rotolanti lo sterco

sotto il sole, barbuto com’un Dioniso caprino.

 

Immerso appieno nell’India immaginale

su panchette di legno e volti amici nel treno che da Genova

filava, com’un bruco da seta, un lento andare

lungo scorze d’arancio – il sole in mare,

scorgevo icòne ch’Alessandro scorse nel suo viaggio letale

verso il luogo previsto dall’oràcolo fatale

come termine estremo,

com’assenza delle egotiche furie compulsive.

E fu viaggiando come un solitario ricamatore di mitologìe

con Ramakrishna il santo, il pio e devoto, e Ganesh protettore

degli artisti che la driade in sari entrò nel canto

ch’è timone alla vita, ch’è destino. Micheline yogini,

la straniera assorta, ch’univa Europa ed Asia in una collana

di fiori nel mattino e d’ombre quiete nel profumo dei fichi

e dei silenzi, traspose in terra ligure la gloria

del pensiero inattivo, che contempla, unito in fratellanza creaturale

col dramma della vita e della morte. La Madre Nera fu così compresa,

pietosa nell’assente lagrimare. ‘Essere’, scrisse Fromm, ‘meglio è

ch’avere’ ma la scelta ci sfugge

perché siamo abbiamo e diveniamo

e in conclusione il moto è un’illusione.

 

Seduto nel prato,

capelli bianchi e postura

da antico cantore di vento

ho scorto una notte tossendo

la resistenza caparbia

del mio corpo invecchiato

come una foglia rossa d’autunno

l’uomo dai versi ampi

che chiedono le folle

quelle di Luther King, di Baez, di Bob Dylan.

 

Walt Whitman se ne stava

già monumento a sé, indifferente al tempo,

come il profilo di Cavallo Pazzo

come l’America che mai non conoscemmo.

E allora fu febbre che spinse

od il sodale spirito del canto

ma la notte trascorse – un sogno, credo –

col piccolo Giovanni assiso accanto

alla quercia dei giorni giovanili.

 

Recitammo il silenzio.

 


domenica 3 ottobre 2021

Berrigan, fiume blu e rosso


West Indian Street, Stuart Davis



Poesia Americana - Ted Berrigan

 

Così, in conclusione, potrei dire

che è così che va la vita qui

bevi un po’ di caffè, dormi un poco

è tutto campato in aria

specialmente noi

che siamo io.

 

***

 

Ora

in mezzo a tutto questo

qualcuno che amo è morto

e io non so nemmeno “come”

pensavo che lei mi appartenesse.

Come riempiva la mia vita quando mi sentivo vuoto.

Come mi riempie adesso.

 

***

 

Che eccitazione

Traversare Saint Mark’s Place

viso freddo nell’aria

stanotte

quando

quel qualcuno vago che salutava

in bicicletta mi ha fatto voltare

e tornare indietro.

 

***

 

Ciò che più mi tocca, direi

di un mattino sereno

è essere solo

con tutti quelli che amo

e attraversare la 6^ e la 1^

nel gelo delle 6

da dove torno a casa

con due bignè alla crema,

pepsi e il New York Times.

 

***

 

La gioia è ciò che mi piace.

Questo è l’amore.


venerdì 1 ottobre 2021

Padgett, perfezione dell’imperfezione

 

Tuscan House, George Schneeman



What Poem by Ron Padgett 

 

What poem

were you thinking of,

my dear,

as you breezed out the door

in your long coat fur-tipped

at the top?

What animal

once wore that fur

and licked it

with a long, raspy tongue

that lolled to one side

in the afternoon shade?

If only you too

could lope across

the Serengeti Plain

and grab something

in your powerful jaws,

instead of pausing

at the door and saying,

as if in afterthought,

“Write a poem

while I’m out.” 

 

 

A che poesia di Ron Padgett 

 

A che poesia

stavi pensando,

mia cara,

quando ti volatizzasti fuori dalla porta

nel tuo cappotto lungo

col collo di pelliccia?

Che animale

un tempo vestiva quella pelliccia

e la leccava

con una ruvida lingua lunga

penzolante da un lato

nell’ombra pomeridiana?

Se solo anche tu

potessi affrettarti per

la Pianura di Serengeti

ed afferrare qualcosa

con le tue forti fauci,

invece di fermarti

alla porta e dire,

come fosse un ripensamento,

“Scrivi una poesia

mentre sono fuori”.

 

 

 *** 

 

Syntactical Structures by Ron Padgett 

 

It was as if

while I was driving down a one-lane dirt road

with tall pines on both sides

the landscape had a syntax

similar to that of our language

and as I moved along

a long sentence was being spoken

on the right and another on the left

and I thought

Maybe the landscape

can understand what I say too.

Ahead was a farmhouse

with children playing near the road

so I slowed down

and waved to them.

They were young enough

to smile and wave back. 

 

 

Strutture sintattiche di Ron Padgett 

 

Era come se

mentre stessi guidando giù per una strada stretta e bianca

con alti pini su entrambi i lati

il paesaggio avesse una sintassi

simile a quella del nostro linguaggio

e mentre mi spostavo

una lunga frase stava parlando

sulla destre ed un’altra sulla sinistra

e pensai

Forse il paesaggio

può capire anche quello che dico.

Di fronte c’era una fattoria

con bambini che giocavano vicino alla strada

così rallentai

e feci un cenno.

Erano giovani abbastanza

da sorridere e ricambiare il cenno.

 

 

 

 

 


domenica 12 settembre 2021

Puškin, neoclassicismo del Petrarca russo

 

Mezzogiorno italiano, Karl Pavlovič Brjullov



Tu e voi - Aleksandr Puškin

 

Il vuoto voi con il cordiale tu

Lei, sbagliando a parlare, lo sostituisce

E tutti i sogni felici

Nell’anima innamorata suscita.

Davanti a lei resto pensieroso,

Di incontrare il suo sguardo non ho le forze;

E le dico: come siete dolce!

E penso: quanto ti amo!

 

 ***

 

Ты и вы - Александр Пушкин

 

Пустое вы сердечным ты

Она, обмолвясь, заменила

И все счастливые мечты

В душе влюбленной возбудила.

Пред ней задумчиво стою,

Свести очей с нее нет силы;

И говорю ей: как вы милы!

И мыслю: как тебя люблю!


domenica 6 giugno 2021

Bellintani, raffinato uomo di popolo

San Gallo, Antonio Ligabue

 


Per un bambino che non conosce più i passeri di Umberto Bellintani

 

Urlavan lungi dei cani (o eran gufi?).

Urlavan lungi dei cani e c'eran gufi;

e come assassini i morti si muovevano rasenti i muri del cimitero

quando il ragazzino si trovò

solo solo nella notte.

 

E allora egli aveva un urlo strozzato nella gola,

ché un fruscio d'erbe lo soffocava come un serpente

e la luna veramente era cupa tra le fronde degli alberi.


Come assassini i morti si muovevano rasenti i muri e i fianchi degli argini,

e fu allora che il bambino perse l'uso della parola,

e perse la vista comune delle viole e dei giocattoli

e il senso naturale delle cose.

 

Così ora tentenna il capo e nei suoi occhi è una nuvola,

ma pare un angelo divino contemplante

profonde luci assorte in sé stesso.

 

Povera madre che lo sorvegli lungo i sentieri del tuo orto

e ora lacrimi al suo riso ebete sugli asparagi,

io non so dirti s'è sfortuna a lui toccata

o s'è migliore la sua sorte, più benigna

che al fanciullo intento a suddividere

in bianchi e neri i dadi del suo gioco.


sabato 22 maggio 2021

Cena, materno ammonitore

 

Ritratto di Giovanni Cena



SANT’AGOSTINO di Giovanni Cena

 

Sant’Agostino assorto in suoi austeri

problemi andando un giorno in riva al mare,

vide un fanciullo intento a singolare 

trastullo; ond’egli uscito di pensieri, 

  

rise e disse: “Che fai, bambolo, speri 

il mare in questi cerchi imprigionare? 

E quei: “Meglio” rispose “che indagare 

come tu fai terribili misteri!” 

 

Così, tratte da facili miraggi 

l’ingenue menti e gl’intelletti chiari 

s’affaticano ancora in opre vane. 

  

E ritentano ancor, pargoli e saggi, 

in piccoletto cerchio accoglier mari 

e l’universo in brevi menti umane.


mercoledì 19 maggio 2021

Battiato, la voce di un padre

 

Gilgamesh, Franco Battiato


L'ombra della luce di Franco Battiato


Difendimi dalle forze contrarie
La notte, nel sonno, quando non sono cosciente
Quando il mio percorso si fa incerto
E non abbandonarmi mai
Non mi abbandonare mai

Riportami nelle zone più alte
In uno dei tuoi regni di quiete
E' tempo di lasciare questo ciclo di vite
E non abbandonarmi mai
Non mi abbandonare mai

Perché le gioie del più profondo affetto
O dei più lievi aneliti del cuore
Sono solo l'ombra della luce

Ricordami come sono infelice
Lontano dalle tue leggi
Come non sprecare il tempo che mi rimane
E non abbandonarmi mai
Non mi abbandonare mai

Perché la pace che ho sentito in certi monasteri
O la vibrante intesa di tutti i sensi in festa
Sono solo l'ombra della luce


domenica 16 maggio 2021

Amichai, ogni uomo nasce poeta

 

Untitled, Joseph Zaritsky



DIO MISERICORDIOSO di Yehuda Amichai


Dio Misericordioso nell’alto dei cieli

concedi il giusto riposo

sotto le ali della presenza divina

tra i santi ed i puri

che brillano come lo splendore del firmamento

all’anima di questo tuo figlio

che è andato al suo mondo

per la carità ottenuta

per il ricordo della sua anima.

Che dunque il Signore di Misericordia

lo nasconda tra le Sue ali per sempre

e avvolga la sua anima nella vita eterna.

Dio sia la sua eredità,

e possa riposare in pace nella Sua protezione,

e diciamo: Amen.

Per tutte le anime

dei sei milioni di Ebrei

scomparsi nella Shoah d’Europa

uniti alla santificazione del Nome

uccisi, abbattuti, bruciati

per mano degli assassini tedeschi

e dei loro accoliti d’altri popoli

e tutta l’Assemblea prega

perché le loro anime siano elevate.

Che dunque il Signore di Misericordia

lo nasconda tra le Sue ali per sempre

e avvolga la sua anima nella vita eterna.

Dio sia la sua eredità

e possano riposare in Paradiso

e si attengano alla loro sorte fino alla fine dei giorni

e diciamo: Amen.

 

(Versione italiana di Riccardo Venturi)

 

 

 

EL MAALE RAHAMIM  di Yehuda Amichai

 

el màle rahamìm shòkhen bameromìm

hàmtse menuhà nekhonà

al kanfèi shekhinà

bema’alòt kedoshìm utehorìm

kezohàr harakì’a mazhirìm

et nishmàt plòni ben plòni

shehalàkh le’olamò

ba’avùr shinedàvu tsedàka

be’àd hazkaràt nishmatò

làkhen ba’àl harahamìm

yastirèhu besèter knafàv le’olamìm

veyitsròr bitsròr hahayyìm et nishmatò

adonài hu na’halatò

vayanùakh beshalòm al mishkavò

venomàr amèn

et kol haneshamòt

shel shèshet milyonèi hayehudìm

halalèi hashoàh beeiròpa

shenehèrgu, shenishhètu, shenisràfu

ushenosàfu ‘al kiddùsh hashèm

biyedèi hamertsahìm hagermanìm

veozrèhem mishèar haamìm

baavur shekol hakahal mitpalel

lè’ilùi nishmotèhem

làkhen, ba’àl harahamìm

yastirèhu besètèr knafàv le’olamìm

veyitsròr bitsròr hahayyìm et nishmotèihem

hashèm hu ne’halàtam

begàn edèn tehè menu’hàtam

otàm zakhàr

venomàr amèn.

 

(Testo ebraico trascritto in caratteri latini da Riccardo Venturi)

 


venerdì 14 maggio 2021

Zach, tempo e ritmo dell’assurdo

 

Olive Tree by Anna Ticho



Per la prima volta di Natan Zach

 

Per la prima volta

comincio a dubitare

di riuscire davvero a raggiungere quaggiù

ciò che dentro di me

chiamai felicità.

 

Non ne avevo dubitato mai.

Ma una sera vuota di desiderio

 

mi insinua questo dubbio nel cuore.

Dubbio che certo conobbero anche

gli scalatori di alti monti

 

vedendo la bianca vetta innevata

con il petto vuoto di scalata,

vuoto di monti.

 


domenica 25 aprile 2021

Monti, neoclassicismo dell’orecchio e dell’immaginazione

 

Vincenzo Monti, Andrea Appiani




Sopra sé stesso di Vincenzo Monti

 

Vile un pensier mi dice: Ecco bel frutto

Del tuo cercar le dotte carte: ir privo

Sí della luce, che il valor visivo

Già piega l’ale alla sua sera addutto.

 

Se l’acume, io rispondo, è già distrutto

Della veduta corporal, piú vivo

Dentro mi brilla l’occhio intellettivo

Che terra e cielo abbraccia e suo fa il tutto.

 

Cosí mi spazio dal furor sicuro

Delle umane follíe; cosí governo

Il mondo a senno mio, re del futuro.

 

Poi sull’abisso dell’obblío m’assido;

E al solversi che fa nel nulla eterno

Tutto il fasto mortal, guardo e sorrido.