sabato 10 ottobre 2020

Glück, il trionfo delle solitudini

 

dipinto di Iris Scott

Fine dell’estate di Louise Glück

 

Dopo che mi vennero in mente tutte le cose,

mi venne in mente il vuoto.

 

C’è un limite

al piacere che trovavo nella forma…

 

In questo non sono come voi,

non ho risoluzione in un altro corpo,

 

non ho bisogno

di un riparo fuori di me…

 

Mie povere ispirate

creazioni, siete

distrazioni, in ultimo,

puri inceppi; siete

alla fine troppo poco simili a me

per piacermi.

 

E così candide:

volete essere ripagate

della vostra scomparsa,

pagate tutte con qualche parte della terra,

qualche ricordo, come una volta eravate

compensate per il lavoro,

lo scriba pagato

con argento, il pastore con orzo

per quanto non è la terra

a durare, non

queste schegge di materia…

 

Se apriste gli occhi

mi vedreste, vedreste

il vuoto del cielo

specchiato in terra, i campi

di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve…

 

poi luce bianca

non più travestita da materia.


sabato 26 settembre 2020

Rebora, sacerdote lirico

Vent porta nev a Miazzina, Vittore Grubicy de Dragon



 

Dall'immagine tesa di Clemente Rebora

 

Dall'immagine tesa

vigilo l'istante

con imminenza di attesa -

e non aspetto nessuno:

nell'ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

un polline di suono -

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno:

ma deve venire;

verrà, se resisto,

a sbocciare non visto,

verrà d'improvviso,

quando meno l'avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio.

 


domenica 20 settembre 2020

Chodasevič, la lira della notte europea

Elisium, Léon Bakst


Ballata di Vladislav Chodasevič

 

Siedo nella mia stanza rotonda,

Siedo, dall’alto rischiarato.

Guardo il sole da venti candele

Lassù nel cielo intonacato.

 

Intorno – come me rischiarati,

Il tavolo, i lisi divani.

Siedo – e nello sgomento non so più

Dove posare le mie mani.

 

Sui vetri silenzioso fiorisce

Un gelido bianco palmeto.

Nel taschino del gilè martella

L’orologio il suo toc inquieto.

 

Oh, della mia vita senza scampo

Inerte, misera povertà!

A chi confidare come io sento

Per me e per queste cose pietà?

 

Ed ecco comincio ad oscillare,

Tenendo serrati i ginocchi,

E a un tratto in versi a parlare prendo

Con me stesso, chiudendo gli occhi.

 

Sconnessi, appassionati discorsi!

Discorsi senza alcun costrutto,

Ma i suoni son più veri del senso,

La parola – più forte di tutto.

 

E musica, musica, musica

Al mio canto si avvince,

E sottile, sottile, sottile

Una lama allor mi trafigge.

 

Io emergo al di sopra di me stesso,

Mi erigo sulla morta esistenza,

I piedi nella fiamma nascosta,

La fronte negli astri scorrenti.

 

E vedo con occhi smisurati –

Con occhi, forse, di serpente –

Come il canto selvaggio ascoltano

Le mie tristi cose da niente.

 

E a un fluido ritmico vortice

Tutta la stanza si abbandona,

E qualcuno la pesante lira

Attraverso il vento mi dona.

 

E non c’è più il cielo intonacato

E il sole da venti candele:

Su nere rocce levigate

Orfeo poggia i piedi lieve.