domenica 20 settembre 2020

Chodasevič, la lira della notte europea

Elisium, Léon Bakst


Ballata di Vladislav Chodasevič

 

Siedo nella mia stanza rotonda,

Siedo, dall’alto rischiarato.

Guardo il sole da venti candele

Lassù nel cielo intonacato.

 

Intorno – come me rischiarati,

Il tavolo, i lisi divani.

Siedo – e nello sgomento non so più

Dove posare le mie mani.

 

Sui vetri silenzioso fiorisce

Un gelido bianco palmeto.

Nel taschino del gilè martella

L’orologio il suo toc inquieto.

 

Oh, della mia vita senza scampo

Inerte, misera povertà!

A chi confidare come io sento

Per me e per queste cose pietà?

 

Ed ecco comincio ad oscillare,

Tenendo serrati i ginocchi,

E a un tratto in versi a parlare prendo

Con me stesso, chiudendo gli occhi.

 

Sconnessi, appassionati discorsi!

Discorsi senza alcun costrutto,

Ma i suoni son più veri del senso,

La parola – più forte di tutto.

 

E musica, musica, musica

Al mio canto si avvince,

E sottile, sottile, sottile

Una lama allor mi trafigge.

 

Io emergo al di sopra di me stesso,

Mi erigo sulla morta esistenza,

I piedi nella fiamma nascosta,

La fronte negli astri scorrenti.

 

E vedo con occhi smisurati –

Con occhi, forse, di serpente –

Come il canto selvaggio ascoltano

Le mie tristi cose da niente.

 

E a un fluido ritmico vortice

Tutta la stanza si abbandona,

E qualcuno la pesante lira

Attraverso il vento mi dona.

 

E non c’è più il cielo intonacato

E il sole da venti candele:

Su nere rocce levigate

Orfeo poggia i piedi lieve.


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